Cavatori

Si vede bene la vallata...

I cavatori. Chi erano e chi sono.
C'erano una volta degli uomini che rischiavano la vita per estrarre un blocco di marmo dalla montagna e per portarlo a valle.
Quello del cavatore è sempre stato un mestiere molto rischioso, specialmente molti anni fa, quando l'estrazione e il trasporto del marmo verso valle venivano fatti con mezzi rudimentali.
Un tempo, il marmo veniva estratto abbattendo le grandi pareti bianche con l'esplosivo. Una tecnica che, per la sua complessità, comportava una lunga e accurata preparazione.
Durante l'esplosione, e la successiva caduta, la grande parete si spezzava, dividendosi in tanti blocchi dalle diverse dimensioni.
Questa era la "varata": uno spettacolo suggestivo, ma anche molto pericoloso, per chi vi prendeva parte.
La "VARATA"
Cavatore "tecchiaiolo"

Qui sopra, un cavatore "tecchiaiolo" appeso alla parete della montagna.
A fianco, l'esplosione del monte, detta "varata" in foto ed in un dipinto di Giuseppe Viner.

Ma prima di togliere il masso dalla montagna, bisognava liberarlo da quella parte di roccia resa inservibile dall'alterazione superficiale. Il tecchiaolo aveva il compito di esaminare da vicino il marmo, liberandolo delle parti pericolanti: per fare questo doveva calarsi, appeso ad una fune, davanti al fronte di cava.
Poi c'erano i cavatori addetti a piazzare l'esplosivo, che dalla fine del 1800 fu rimpiazzato con il filo elicoidale.
Il filo elicoidale era un dispositivo per il taglio del marmo nelle cave; costituito da una funetta formata da tre fili di acciaio, avvolti ad elica e di lunghezza variabile, che poteva raggiungere i 1200 - 1500 metri per i grandi tagli. In un'ora di marcia un filo poteva segare, in media 60 metri cubi.
II filo elicoidale veniva fatto scorrere a una velocità di 5 - 6 metri al secondo, e il taglio del blocco era alimentato da una miscela abrasiva di acqua e sabbia silicea.
Ci sono anziani cavatori che testimoniano di avere usato il filo appena prima della seconda guerra mondiale, cioè verso la metà del Novecento. Questo dimostra che nelle cave, specie in quelle più piccole, le tecnologie entrarono molto lentamente. Per molti anni gli strumenti necessari per il lavoro erano forza, coraggio, una buona dose di esperienza e la dinamite.

Filo elicoidale

Riquadratori Qui entravano in scena i riquadratori, che a suon di subbia e martello, cercavano di dare una forma quadrata al blocco. Era un lavoro difficile, pesante, e quei cavatori dovevano essere forti e pazienti.
Una volta riquadrati, i blocchi dovevano scendere a valle. E il lavoro, anche qua, era tutt'altro che semplice... ma se volete saperne di più fate clic sulla parola trasporto, mentre se volete soffermarvi un po' sulla figura del cavatore continuate a leggere questa pagina.

La cava dei nostri giorni
Col passare degli anni, le tecnologie hanno cambiato la cava. L'hanno resa più accessibile e soprattutto meno pericolosa.
Meglio precisare: meno pericolosa rispetto com'era una volta, perché la sicurezza in cava è un obiettivo purtroppo ancora lontano da raggiungere, e gli incidenti accaduti anche di recente a Carrara e in Versilia dimostrano che quello del cavatore rimane ancora il mestiere più a rischio.
Qui a fianco vediamo una ricostruzione (dal film documento "A due passi dal cielo") del lavoro rischioso del cavatore e di come una volta venivano portati giù a spalla vittime e feriti della cava. Purtroppo non è possibile dire che questo avveniva una volta ed ora non più.
Nel corso degli anni si sono fatte alcune cose per limitare il pericolo, ma evidentemente non basta.
L'uso degli esplosivi si è fortemente limitato, e perfino il filo elicoidale è ormai passato nella categoria 'oggetti da museo'.
Pericolo in cava

Trasporto di un ferito

Oggi il filo diamantato permette di tagliare pezzi di monte ad una velocità incredibile: se una volta per fare un taglio ci voleva un mese e mezzo, oggi lo stesso taglio si fa in tre o quattro giorni.
Il filo diamantato è fatto come una collana di perle: infatti, quei piccoli cilindri che vengono infilzati sul cavo si chiamano appunto "perline", e sono dei piccoli diamanti artificiali, distanziati tra loro da piccole molle. Unico grave inconveniente di questo metodo di lavoro è che, se si rompe il filo, le perline partono come proiettili. Per questo gli addetti devono sempre stare a distanza quando la macchina è in movimento."
Ma c'è da dire che le più recenti tecnologie, ed anche le precauzioni che i tecnici in cava debbono far rispettare, hanno limitato di molto i rischi.
Quando le pale meccaniche, gli escavatori sui cingoli e gli altri mezzi per il sollevamento dei marmi approdarono in cava, furono messi da parte anche i buoi che un tempo trasportavano i blocchi di marmo. Oggi una pala media solleva senza sforzo blocchi di trenta tonnellate, ed in breve tempo, a seconda della perizia del manovratore, le carica sul camion.

Ed anche le figure professionali della cava sono cambiate. Tecchiaioli e lizzatori non ne esistono più; il capocava un tempo era l'indiscusso uomo di esperienza, che decideva tutto mentre oggi è affiancato da un ingegnere minerario che ha il compito di dirigere i lavori, e controlla se il "piano di coltivazione" della cava viene eseguito correttamente.
Gli operai inoltre diventano sempre più manovratori di macchine. Oggi, un bravo ruspista che sa sistemare il blocco sul camion, equivale a un gruppo di esperti lizzatori di un tempo.
Capocava
Tra le differenze di rilievo c'è anche quella del trattamento economico: oggi, un operatore di cava specializzato ha una paga più che dignitosa. Una volta c'erano anche dei cavatori che, dopo una lunga e faticosa giornata di lavoro, andavano nelle selve a raccogliere castagne, o coltivavano l'orto, e magari con l'aiuto dei familiari rigovernavano le bestie.
Oggi il lavoro in cava è diventato meno duro grazie alle tecnologie moderne, mentre una volta al cavatore non restava neanche un po' di tempo per la famiglia: doveva partire la mattina all'alba e tornare la sera.
"Lavoriamo da stelle a stelle", scrisse il poeta cavatore di Malbacco. E per raccontare "chi" era il cavatore di una volta abbiamo deciso di "mettere" su Internet proprio lui: un cavatore che faceva il poeta, lo scrittore. Ma senza perdere di vista la dura realtà della cava.

L.Tarabella

Il poeta cavatore

Si chiamava Lorenzo Tarabella, cavatore di mestiere e scrittore per passione. Si tolse la vita, sparandosi, il 4 aprile 1972 ed il suo drammatico gesto sorprese tutti coloro che lo conoscevano. Primo fra tutti Giorgio Giannelli, direttore del periodico locale "Versilia Oggi" che nel giugno del '72 scriveva: "La sua fine ha lasciato perplessi, soprattutto perché amava la vita nonostante il duro lavoro e perché del suo destino dava sempre una interpretazione umoristica".

Abbiamo cominciato dalla fine, e per questo chi legge potrebbe anche pensare che questa è la storia di un cavatore depresso, triste, senza sogni e aspirazioni. E invece no: tutto il contrario. Lorenzo era pieno di vita, parlava di musica e libri, di politica e arte, si teneva informato e aggiornato.
Era pieno di spirito di iniziativa: eccolo qua a destra calato nel ruolo di attore e regista di un suo film, "La capra", ispirato ai fatti della guerra in Versilia.
Ma il suo capolavoro su pellicola, premiato in molti concorsi nazionali di cinema a passo ridotto, si intitolava proprio "Il cavatore" e parlava di quelli come lui...
Quelli che lavoravano "da stelle a stelle", sfidando intemperie e pericoli della montagna. Sono proprio loro, i cavatori veri, al mattino tutti in cava per la "varata", ovvero per far esplodere la montagna per farne venire giù i pezzi scelti per la lavorazione.
Scena del film
Grazie all'idea di Lorenzo Tarabella i cavatori si rappresentavano da soli come uomini coraggiosi, ma pieni di rispetto per la montagna, per i pericoli che nasconde. Ci raccontavano come la disgrazia fosse sempre in agguato, ma nonostante questo trovavano anche la forza di sorridere. L'incidente che avveniva sulla cava veniva cominicato ai paesi dei cavatori dal suono di una specie di corno chiamato "la buccina", e tutte le donne si riversavano dove finisce la strada delle cave, a pregare, ad aspettare gli uomini con la barella, a domandarsi a chi poteva essere toccato...
Giornale 1972 Il suicidio del poeta cavatore.
Lorenzo Tarabella ci ha lasciato una raccolta di racconti e poesie, due film che sono documenti unici sulla vita e sul lavoro del cavatore. Ci auguriamo che in molti vogliano conoscerlo. Chi viene in vacanza o passa dalla Toscana potrà anche vedere i reperti dell'antica lavorazione del marmo (ed anche il film di Tarabella) al Museo del Lavoro e delle Tradizioni Popolari della Versilia Storica, che si trova nel Palazzo Mediceo di Seravezza (provincia di Lucca), a pochi chilometri dalla spiaggia di Forte dei Marmi.

 

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