IL TERZO BORZACCHINI UNIVERSALE OnLine








l'albero in culo... (e le foglie dintorno)
Curioso dittaggio di matrice popolare scatunto dalla cultura del nonsense così vivàce e spontanea nei bassi ceti dell'universo labronico.
E al genio e all'estro creativo del Galaverni che si deve la prima formulazione dell'espressione in oggetto, allorché, nel corso del pranzo di festa per la prima comunione della nipotina Vanessa (maggio 1962) presso la Trattoria di Pallemosce in Montenero, chiamato dai commensali a recitare all'impronta alcune rime in onore della memorabile circostanza, alzatosi in piedi e rimirando con aria ispirata il bel paesaggio della sua città che s'offriva dall'ampia vetrage in alluminio anodizzato, facendo ampio gesto del braccio pronunciò gli inestimabili versi: "In questo gran giorno / guardiamo Livorno / l'albero in culo / e le foglie dintorno...".
A parte lo stupore iniziale ed il sibilante commento della di lui consorte, Irma Favalli: "Uimmèna che figura... Ottorino... ma sei già briào...?", e l'adirata protesta, accompagnata dal lancio di un fiasco, di Assunta Stiavetti, madre della festeggiata nonché sorella del Galaverni: "Sei sempre 'r solito sudiciume... malidetto te...!!!", la locuzione incontrò un generale apprezzamento e persino la piccola comunicata, battendo le manine guantate, andò in giro lungo la tavolata ripetendo allegramente con la gentile vocetta la frase: "L'albero in culo e le foglie dintorno... l'albero in culo e le foglie dintorno..."
Ben presto l'espressione diventò di dominio pubblico, se n' invalse l'uso tra il popolo minore in ogni occasione dialettica in cui occorresse una rima in -orno a concludere la discussione, o in risposta a domande particolarmente importune e fastidiose; tal che si dice che lo stesso Galaverni, molto tempo dopo il suddetto episodio, nel chiedere alla moglie che gli presentava in tavola una malinconica sleppa di baccalà lesso: "Irma, non c'è nulla di contorno...? " si sia sentito rispondere prontamente: "L'albero in culo e le foglie dintorno..."
Il Pandolfato non esita ad assimilare questo meccanismo poetico, tipico del primitivo linguaggio popolare ma altrettanto non disgiunto da una vena di bizzarra fantasia, a: "...e tu' madre ner casino!", ben più noto e quasi proverbiale dittaggio che solitamente chiudeva in rima ogni questione nelle diatribe labroniche domestiche e di strada, come nei casi classici: "Babbo, me lo 'ompri 'r motorino?", "Katia, me lo fai un pompino?", "Edo, me lo 'mpresti un cinquantino?", e molti altri.



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